venerdì 16 maggio 2008

Comunicato e invito dall'assemblea cittadina

Si lotta e si crea anche per ricordare chi ci è stato affine. Non ha importanza se Nicola si dichiarasse antifascista o meno. In questi anni di ripensamenti e ricombinazioni sociali, culturali, politiche, esistenziali, abbiamo imparato a definirci non per quello che siamo ma per ciò che non siamo. A differenza dei suoi assassini Nicola non era nazista, non era fascista, non era razzista, non era leghista, non era un reazionario. Sappiamo ciò che non siamo, ciò che saremo dobbiamo inventarlo. Lontani dalle passioni tristi, gioiosamente, naturalmente, vivere come l'aria che si respira, come ha fatto Nicola. Skate: ebrezza e surf dell'anima. Montagna: tregua, respiro, silenzio. Colore arancio: vitalità e spiritualità. Immaginazione. Vita contro la morte.

Gruppi culturali, teatrali, musicali, associazioni sociali, migranti, individualità, giovani e meno giovani, con esperienza politica e no. Nella sala Lucchi colma di persone, si è svolta l'assemblea aperta cittadina per la promozione della manifestazione del 17 maggio. Molti gli interventi, le proposte, le idee, le riflessioni. Un esempio di comunicazione e informazione che si alimentano per formare socialità diffusa e un'etica fatta di memoria, immaginazione e concretezza. Ricordare Nicola, non permettere che la sua vita e il suo assassinio siano dimenticati, questo il sentimento più diffuso negli interventi. Da qui le molte proposte, come la posa di una targa commemorativa a Porta Leoni e l'intitolazione di un centro giovanile/biblioteca. Il corteo sarà aperto, comunicativo, partecipato, in cui la città parlerà con la città, le identità si meticceranno con Verona, perchè è con la solidarietà e la relazione che può nascere una nuova sensibilità.

Per sconfiggere l'intolleranza, il razzismo, la discriminazione è necessario far appello alla coscienza civile di Verona e alla sua capacità di autocritica come atto d'amore verso la città stessa, perchè è proprio dalle condizione estreme che possono nascere pensieri e pratiche vivificanti, perchè è proprio dal dissenso che possono nascere sensibilità, coscienza, saperi nuovi. E' necessario quindi costruire progetti per nuove sensibilità, forme di vita libere, culture innovative e non sottomesse, valorizzare le esperienze di gestione reticolare dal basso, le diversità di genere e di desiderio, di molteplicità di orientamento e identità (glbtq), la lotta accanto ai migranti e contro la guerra, l'impegno per la giustizia sociale, contro la condizione precaria del lavoro, per il diritto alla casa, la creazione di mercati autogestiti (terra/ambiente/produzione/rivoluzione dei consumi). Una nuova sensibilità ha bisogno di creare in maniera cooperativa forme e strumenti di comunanza, dall'aria all'acqua fino alla produzione informatizzata e alle reti.

"C'è fascismo in ogni buca" ci suggeriscono Gilles Deleuze e Felix Guattari. Usciamo all'aperto quindi, fuori dalle logiche gerarchiche, di appartenenza, di potere e di micropotere, per creare una nuova sensibilità non autoritaria.

Assemblea aperta cittadina di Verona

giovedì 15 maggio 2008

Manifestazione 17 Maggio...


giovedì 8 maggio 2008

Quando la tempesta inizia a placarsi...

Ecco pochi pensieri poco alcuni giorni dalla spaventosa aggressione a Nicola.Benazir riflette e si fa sentire in questi giorni così difficili.Ognuna di noi ama Verona, una Verona diversa: aperta all'altro, non indifferente, antifascista.E' la Verona che sogniamo, che vogliamo, che costruiremo.

Quando la violenza si manifesta così come ci si deve sentire?Quando la violenza è sostenuta da una politica contro l'altro cosa dobbiamo fare?Mi pongo questa domanda ma la sento lontana. In questo momento non penso a cosa devo (dovremmo) fare, sento solo PAURA. Paura che mi lacera, che mi pietrifica.

La politica intera si dissocia dall'accaduto e lo condanna, ma in realtà è proprio la politica, una parte della politica, che ultimamente ha alimentato un senso di insicurezza nelle persone, diffondendo notizie false, cercando nello straniero e in qualsiasi "diverso" un motivo d'odio, contro cui l'insensibile e ignorante italiano medio possa scagliarsi per sentirsi meglio.

Anche questa volta la distanza mi fa male: fa male non poter unire le proprie lacrime, la propria voce a quelle di chi, come voi, è li.[…] ed è con questa notizia che tragicamente, paradossalmente sento di nuovo e più chiaro che mai il mio legame con Verona. Un legame che resterà sempre, dovessi vivere dall'altra parte del mondo. E’ a causa di questo legame che le botte prese da quel ragazzo, le sento fisicamente sul mio corpo, come se le avessero date a me. Lui, io, una di noi, chiunque...

Verona è la nostra città.Verona è un gioiello: colline, fiume, viuzze e castelli.Io sono innamorata di Verona, dei luoghi che hanno fatto parte del mio vissuto per 20 anni.[…]
Ma non si può passeggiare senza notare che è una città in qualche modo scollegata dai suoi abitanti. Il centro storico non è vissuto, la gente passa, sfila, transita. Sfoggia. Il loro volto non è presente, vivo.Il clima sociale è teso, non è tranquillo.E questo si respira dappertutto.

Secondo me l'importante è che riusciamo ancora ad indignarci, a sentire il peso, l'enorme gravità di quello che succede tutti i giorni a Verona.E un'altra cosa: per quanto difficile dobbiamo cercare di non avere paura. Perchè purtroppo a Verona un clima di paura c'è già, ed è quello che sta facendo soffocare la nostra città.

Ho sempre pensato che le risposte dovesseroessere rumorose, stonate perchè più udibili: quelle che sto sentendoora mi indignano quasi più di quanto accaduto.

Penso che sia un problema di educazione ma il ragazzo che si è costituito faceva il liceo classico. La cultura è ancora astratta e ancora slegata dall'esperienza. Che fare? Non lo so ma anche per me il silenzio non è la via. Il silenzio delle parole inutili, che riproducono stereotipi banali quello è necessario, ma servono voci che parlino dritte al cuore della gente, che dicano che l'altro fa parte di noi che è diverso quanto noi lo siamo per lui.

Quando si incontra l'altro, si abbassano le difese e si guarda in faccia la paura, si salta per scoprire che in fondo al burrone c'è un prato che accoglie e protegge

VERGOGNA... vergogna per una città e i suoi cittadini, che ripudia ciò che la storia dovrebbe averci insegnato, vergogna per un odio che a nessuno di noi dovrebbe appartenere...

Sotto ai nostri piedi ora c'è un baratro, sta a noi, tutti/e noi, colmarlo e renderlo un suolo praticabile e sicuro; è ora di SVEGLIARSI!! è ora di gridare a squarciagola il nostro basta!! questo silenzio assordante non è una soluzione, ma è solo un altro modo di lavarsene le mani...

C’è la delusione. La delusione per tutte le lotte, tutte le volte in cui ho detto NO. La delusione perché evidentemente non è bastato, perché le modalità non erano efficaci.


Oggi è un momento difficile, in questo limbo tra inferno e bellezza, sconcertate dalla paura, la tentazione e di sdraiarsi a pancia in giù e non guardare. Rimanere così, sopravvivere in silenzio alla violenza. Ma la mente viaggia, il cuore batte più forte e il sangue mi arriva alla tesa, così i pensieri mi costringono ad alzarmi in piedi e guardare in faccia la violenza. La lotta deve continuare,la mia,la nostra rumorosa lotta contro la violenza, la paura non ci fermerà, da essa nasce l’esigenza di una nuova riflessione alimentata dalla stessa voglia di vivere, dalla desiderio di stare con l’altro nel rispetto delle diversità. Rimaniamo in piedi,rimani in piedi Benazir, continuiamo a camminare , continuiamo, lo dobbiamo a Nicola, a tutte le vittime, a noi per rimanere vive. In piedi

Violenza, violenza dappertutto: per le strade, nelle case,...E questa violenza la si ritrova in quello scempio che è diventata la politica oggi, una politica che usa solo parole violente e di odio (magari camuffate sotto vari nomi. 'Sicurezza' e 'famiglia' e 'vita' quelli che vanno per la maggiore in questo periodo) per etichettare e dividere le persone: cittadini regolari contro immigrati, eterosessuali contro omosessuali, 'fascisti' contro 'comunisti', sempre in una separazione netta tra buoni e cattivi, tra normali e anormali. Un modo di procedere per continue dicotomie laceranti e distruttive, incapace di cogliere le sfumature.E questa violenza e questa politica si nutrono dell'ignoranza, del menefreghismo, del silenzio, del 'tanto non possiamo farci niente noi' della maggiorparte della gente.

Resta la necessità impellente di combattere l’odio e l’intolleranza, di tracciare strade che tendano alla pace e all’accettazione […]So che bisogna farlo ORA, che bisogna farlo NELLA MIA CITTA’ e so che dobbiamo farlo NOI. Noi che conosciamo ancora il valore di una stretta di mano all’Altro, noi che non abbiamo bisogno di girare in centro in branco per sentirci forti, noi che abbiamo il coraggio di volare anche fino all’altro capo del mondo per costruire un’amicizia, noi che non scordiamo e utilizziamo la memoria per edificare e non distruggere ancora e ancora, noi che siamo e saremo ANTIFASCISTI/E E CONTRO LA VIOLENZA SEMPRE e che non accetteremo MAI di abbassarci ai loro livelli.

mercoledì 30 aprile 2008

Una lacrima scende...

Una lacrima scende sul mio viso, CALDA... Non di quel caldo avvolgente e piacevole, ma soffocante, fastidioso... quel caldo che ti penetra nelle vene e per quanto tu non ne possa più sei costretta a sopportarlo. Mi dicono, mi dico, di essere forte, perchè la fortuna girerà, perchè tutto cambierà, ma mi ritrovo sempre al punto di partenza: stremata per il percorso fatto e inerme di fronte all’avvenire... non so più come reagire...
Questa ripetitività della vita, di una stessa circostanza mi disturba, mi sta stretta.
Lo stringo tra le mie braccia, sento il suo cuore che palpita, il suo respiro, lo sento caldo... questa volta un caldo piacevole, nel quale mi sento bene... ma allora perchè mi scotta? Così vicino e allo stesso tempo così distante...
Un turbinio di emozioni mi attraversa il corpo, mi debilitano... è bello provarle ma mi rendono sofferente, cosa accettare? Cosa rifiutare? Che limiti porsi? Ma c’è bisogno di porseli?
VIVERE, vivere, vivere... mi rimbomba questa parola in mente...
Alla fine anche la sofferenza è vita, allora tanto vale accettarla, adeguarsi, forse si starà meglio... forse...
Una carezza, una parola, un piccolo bacio, basta poco per togliermi sofferenza; piccoli gesti ma spesso così insormontabili...

Quella lacrima calda continua a scendere...
Quel caldo continua a soffocarmi...

Lo sento dentro, lo sento mio, uniti sì... ma da cosa? Unione di corpi, semplice unione di corpi... desiderio confuso... se è semplice unione di corpi, perchè mi attraversa un brivido dolce?

E quella lacrima continua a scendere...

Si fermerà mai? Pian piano raggiungerà una fonte, la fonte del dolore... Rendere quella fonte nuova vita, quel dolore nuova speranza, è un compito troppo grande per me... mi sento invadere e, purtroppo, solo io conosco la via d’uscita...
È dentro di me, fa parte di me, quel dolore sono in parte io...

Ecco... quella lacrima è giunta, ora fa parte del MIO dolore, della mia sofferenza...

Che sofferenza? D’amore, d’odio, fisica, d’anima... La sento. Ora si conformerà alla fonte. Diventerà parte di lei, di me, si abituerà, e la sofferenza si affievolirà... Ma sarà sempre lì, mai mi abbandonerà...
Il mio corpo la sente la sofferenza, eccome... mi manda dei segnali, mi vuol dire qualcosa, lo so, ma come decifrarlo... Lo stomaco si chiude, il respiro è rallentato, ma il cuore batte forte, le forze si fanno meno... IL CALDO... QUEL CALDO...

Il mio corpo soffre, io soffro...

Francesca

DESIDERIO: UNO SMACCO PER L’UNIONE INGLOBANTE

Il rischio di rimanere intrappolate dal desiderio altrui, o dal proprio desiderio che vuole tutelare ed esaudire il desiderio dell’altra/o cosicché diventi, o continui ad essere conciliante con il proprio : <> è un rischio presente e realizzato da molte. Le relazioni vittime di questa “gabbia dorata” muoiono soffocate dalla pretesa di sopravvivenza, in una società che le assecondi e le accetti: un’omologazione bella e buona, una relazione che non vive di sé ma della proiezione di sé in un ente fittizio: il riconoscimento della società. Nella società sopravvive così il fantasma di una relazione, privata della carnalità di chi l’ha creata, senza io, senza tu che l’abbiamo messa al mondo, una marionetta senza anima. La realtà è che non c’è niente da salvare, nessuna di noi è o può ergersi a paladina della relazione con la R maiuscola, facciamo tutte parte di un gioco di scambi di baci e carezze, di abbracci. Non c’è nessuna relazione che possa annullarsi nell’utopia del tutt’uno, io e te non siamo uno, mai. L’idealizzazione di stampo platonico-cattolico dell’uno raggiungibile e desiderabile, è uno smacco per le relazioni. Le relazioni autentiche vivono della loro essenza ossia del piacere dello stare in relazione io con te, tu con me, a volte confusi, ma due, complici, ma due. La relazione rimane viva e si vivifica nella diversità, della diversità da ogni altra relazione, io e te siamo già qualcosa di nuovo, non c’è nessuna meta da raggiungere, un uno da diventare, siamo adesso e non saremo mai uno perché nasciamo di nuovo nel e per la relazione che sarà nata da due e nella nascita mantiene sempre la sua molteplicità. Allora il prendersi cura dell’altro non significa inglobarlo in sé, significa piuttosto lasciarlo essere liberamente altro, ponendosi innanzi ad esso come altro, rendendosi visibile, esponendosi come altro, l’altro potrà vedersi. <>, <>: chiedere di essere raccontata, lasciarsi dire e raccontare implica la consapevolezza dell’essere un soggetto non un oggetto, lo scambio fuori dalla logica del dare (del dovere) per ricevere, è uno scambio che è fonte fluidificante della relazione che si nutre della diversità per il piacere di essere due, la relazione per la relazione. La relazione avvicina, ci consente il contatto, il piacere del sentire il respiro dell’altro addosso, il tocco dell’altro, il toccare, sentirsi toccati e toccare ci concede la consapevolezza di non essere inglobata nell’altro, ogni senso ci parla di una relazione, ci dice del tu e dell’io, di una separazione, di due, di una lontananza: toccami, lasciati toccare, lascia che ti racconti, parlami, annusami, lasciati sentire, baciami, lasciati mangiare; la relazione che rimane molteplice non cancella, ma nasce sempre di-nuovo.
Le cose stanno cambiando, il mio stare in relazione sta diventando più consapevole di sé, fuori dalla logica della mitizzazione rimane invece attenta al proprio desiderio.

Valentina
26 aprile 2008

RIPENSARE LA PENETRAZIONE INVENTANDO UN NUOVO LINGUAGGIO

Penetrazione: la carezza, l'abbraccio dell'altro/a

La donna è stata per secoli considerata inferiore all'uomo e per questo a lui sottomessa.
In questa visione gioca un ruolo importante la componente sessuale. La penetrazione, così come è sempre stata considerata, è l'origine sessuale della subordinazione della donna . L'uomo penetra la donna, la donna è penetrata dall'uomo; l'uomo scopa la donna, la donna è scopata dall'uomo. Il ruolo dell'uomo è attivo, quello della donna passivo (sottolineato dall'uso dei verbi in forma attiva quando riguardano l'uomo, in forma passiva quando si riferiscono alla donna).
L'uomo penetra, è attivo, quindi superiore.
La donna è penetrata, passiva, quindi inferiore.
C'è una netta separazione tra i due ruoli, un separare che gerarchizza e rende possibile la subordinazione dell'una all'altro.
Ma l'atto della penetrazione, del coito, non è questo.
Ritengo sia necessario ripensare la penetrazione in altri termini, darle un linguaggio nuovo: il toccare. L'uomo tocca, accarezza, penetrando. La donna tocca, accarezza, abbracciando. L'uomo è toccato, accarezzato, dall'abbraccio della donna. La donna è toccata, accarezzata, dalla penetrazione dell'uomo. La separazione permane, ma la subordinazione sparisce. Il ruolo attivo viene riconosciuto tanto all'uomo quanto alla donna nell'atto di accarezzare e toccare. Accarezzare e toccare con modalità differenti, che mantengono la separazione tra i due, ma che allo stesso tempo li unisce.
Reciprocità e separazione. Complicità nella separazione. Unione nella separazione.
I corpi non diventano una comunità, un unico; mantengono la loro separazione. E questa è ciò che fa sentire il corpo dell'altro, l'intreccio e l'abbraccio con esso, senza fusione, senza annullamento. In quella separazione nasce l'affetto, l'amore, ciò che lega i due amanti, ciò che rende l'atto fisico e carnale della penetrazione ancora più fisico, carnale, intenso, pieno.

Martina

lunedì 28 aprile 2008

Compagna quando amavamo


Ritorneranno, compagna, quei pomeriggi cupi
Quando ci amavamo distese tra le ombre in autunno?
I miei occhi fissi nel tuo sguardo
Il tuo sguardo che sempre allontanava il mondo
Quei pomeriggi quando ci coricavamo nelle nubi.

Mano nella mano passeggiavamo per le strade
Tra i bambini che giocavano a handball
I venditori e i loro sapori di carne bruciacchiata?
La gente guardava le nostre mani
Ci cercavano gli occhi e si sorridevano
Complici, in questo affare, dell’aria mite.
In un caffè o altro ci sedevamo molto vicine.
Ci piaceva tutto: le cantine annerite
La musica di Silvio, il rumore dei treni
E fagioli. Compagna,
Ritorneranno quei pomeriggi cupi quando ci amavamo?

Ti ricordi quando ti dicevo, toccami!
Quando la carne illesa cercava la carne e i denti, la bocca
Nei labirinti della tua bocca
Quei pomeriggi, isole non scoperte
Quando camminavamo fino alla riva.
Le mie dita lente percorrevano le colline dei tuoi seni
Attraversavano la pianura della tua spalla
I tuoi gelsi mi riempivano la bocca
L’antro bagnato e grondante.
Il tuo cuore nella mia lingua finanche nei miei sogni.
Due pescatori che nuotavano nei mari
Cercando la perla.
Non ti ricordi come ci amavamo, compagna?

Ritorneranno quei pomeriggi quando vacillavamo
Passi lunghi, mani intrecciate sulla spiaggia?
I gabbiani e le brezze
Due lesbiche vaghe nell’isola della mutua melodia.
Le tue tenere mani e i pianeti che cadevano.

Quei pomeriggi tinteggiati di rosso
Quando ci consegnavamo alle onde
Quando ci buttavamo
Sull’erba del parco
Due corpi di donna sotto gli alberi
Che guardavano le barche che attraversavano il fiume
Le tue ciglia che spazzavano il mio viso
Sonnecchiando, odoravo la tua pelle di papavero.
Due straniere al bordo dell’abisso
Io cadevo stordita sul tuo corpo
Sulle lune piene dei tuoi seni
Quei pomeriggi quando il mondo si cullava con il mio respiro
Due donne che diventavano una sola ombra ballerina
Quei pomeriggi camminavamo fino a quando i lampioni
Si accendevano nei viali.

Ritorneranno
Compagna, quei pomeriggi quando ci amavamo?


Gloria Anzaldua (1942-2004)

Scrittrice femminista chicana tejana patlace (lesbica) di rio Grande Valley,Sud del Texas.